Castello di Montalto Dora, la fortezza del Canavese

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Il castello di Montalto Dora © Jordan Lessona

Il castello di Montalto Dora © Jordan Lessona

Nel cielo livido del Canavese, il mastio del castello di Montalto Dora tratteggia l’orizzonte con la sua corona merlata. Mentre dal paese salgo il sentiero, vedo il maniero arroccarsi tra le vegetazione folta del monte Crovero: 405 metri d’ombra caduta sulla strada che da Ivrea porta in Valle d’Aosta.

È lì che venne costruito per la prima volta nel XII secolo come rocca difensiva. Poi, nei secoli successivi la torre e la cinta muraria originali furono ampliate. Dopo essere appartenuta al vescovado eporediese, la struttura divenne sabauda solo il tempo di essere infeudata alla casa dei de Jordano di Bard che ne continuarono i lavori d’edificazione.

Durante la sua storia secolare il castello di Montalto Dora subì molti attacchi, tra cui quello del 1641 durante l’assedio di Ivrea: furono le truppe francesi del marchese d’Harcourt, in guerra contro il ducato di Savoia, a smantellarlo dall’interno lasciando quasi intatte le mura esterne.

Le stesse che, faticando nella mia salita sul sentiero sterrato, vedo meglio disegnare il perimetro della struttura: rettangolo irregolare di 175 metri a trattenerne la storia nonostante la pioggia secolare che adesso più che mai sembra voler portare via tutto. Anche la memoria.

Una memoria tenuta viva dalle rappresentazioni che ogni tanto si tengono nel castello di Montalto Dora, come quella di oggi: raccontano, tra danze ballate in costume e versi recitati da menestrelli moderni dalle parole antiche, gli anni recenti del complesso.

All’inizio del XVIII secolo, il maniero diventò di proprietà della famiglia Vallesa che lo conservarono sino alla loro estinzione a inizio Ottocento. Poi la fortezza passò di mano al conte Severino dei Baroni di Casana che la restaurò con l’intervento dell’ingegnere Carlo Nigra e l’architetto Alfredo d’Andrade, ideatori del Borgo medievale di Torino.

Nei primi anni 60 dello scorso secolo, il castello di Montalto Dora fu acquistato dalla famiglia Allioni di Brondello. Nuovi e importanti lavori di ristrutturazione lo hanno reso ciò che è oggi: degno di essere visitato e vissuto per scoprirne il fascino che dalle vecchie fondamenta sale sino ai bastioni.

Così, sempre più curioso, entro nel cortile del maniero: pavimento irregolare di roccia su cui sorge la fortezza. Sullo spigolo nord-est del castello di Montalto Dora c’è la cappella della Madonna delle Grazie: il frontale laterale sud ha resti di affreschi quattrocenteschi che raffigurano San Cristoforo di Giacomo d’Ivrea e la Madonna del latte con bambino.

L’interno, ad aula unica, ha un presbiterio sistemato di recente. Sulla parete meridionale, invece, si trova un affresco con Storie di Sante: ci sono San Marherita in preghiera con drago, Santa Liberata protettrice del parto e dei bimbi con i santi Gervasio e Protasio infanti e Santa Lucia.

Uscito dopo una preghiera, attraverso il cortile e scendo nelle cantine dove i lasciti della produzione televisiva “La Freccia Nera” nascondono dietro una finta libreria gran parte della roccia su cui è stato poggiato il castello di Montalto Dora. Più in là donne in costume da strega mettono in scena la loro esecuzione sulle fondamenta originale del maniero.

Superate le cucine e la sala da pranzo imbandita entro nel salone d’onore al piano terreno dove cavalieri d’oggi duellano con spade di ieri. Riattraversando il cortile salgo le scale esterne e raggiungo il primo piano. Nella camera d’angolo in cui spicca un letto a baldacchino una dama racconta la sua vita spesa tra queste mura dal camino monumentale e dal soffitto ligneo come il pavimento.

A fianco altre due stanze hanno alle pareti brani di intonaci antichi e tessiture murarie in pietra a vista. Il legno è motivo costante anche e soprattutto nel salone d’onore al primo piano del XV secolo dove seduti su troni traballanti un uomo e due donne giocano a essere re, regina e principessa del castello di Montalto Dora.

Poi, improvvisa, una musica di cornamusa e tamburi attraversa la stanza e ferma il tempo di un tempo antico. Io, invece, ne seguo l’eco di fuori e salgo sul mastio del castello, corona merlata a tratteggiare il cielo livido del Canavese.

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