“Viaggiare è la mia vita. Non posso farne a meno. Sino a quando ho la salute, continuerò a girare il mondo per raccontare nuove storie. Anche se ho 78 anni, non voglio fermarmi”.
Gli occhi di Ettore Mo brillano intensi. Con la passione di chi sa ancora guardare oltre, nonostante una vita spesa sulla strada. “Io sono un reporter: scrivo per far capire alla gente quello che vedo e sento nel cuore”.
Me lo dice con l’umiltà dei grandi che, proprio perché tali, non sentono il bisogno di dimostrare di esserlo. Siamo seduti a un tavolo, l’uno di fronte all’altro, all’Arca di Noé, la trattoria di Dagnente, un paesino abbarbicato sulle colline verdi intorno al lago Maggiore dove vive.
Qui, lo conoscono tutti. Per gli abitanti del posto è semplicemente Ettore: un amico con cui bere un aperitivo e fare due chiacchiere. Per me, che lo leggevo da ragazzo, un Maestro. L’ultimo grande reporter italiano.
“Grazie, ma io sono una persona normale. Uno come te che ha questo mestiere nel sangue. Che vive ogni giorno di amore per il proprio lavoro. Ho sofferto tanto all’inizio della mia carriera, ma oggi mi considero una persona fortunata”.
Già, l’inizio. Imbarcato sulle navi come marinaio, cameriere, lavapiatti. Poi, dopo molto girovagare, l’approdo a Londra, all’ufficio di corrispondenza del Corriere della Sera, sotto la direzione di Pietro Ottone.
“Mi presero perché sapevo parlare inglese. Facevo di tutto, ero il ragazzo di bottega. Lavoravo tanto cercando sempre di imparare. Scrivevo pezzi ma, essendo l’ultimo arrivato, non me li firmavano mai. Sotto ai miei articoli c’era solo una ‘V’. Stava per vice del vice”.
Poi il trasferimento alla redazione romana del Corsera prima, quella milanese poi, dove si occupa di musica e teatro e ha l’occasione di incontrare i grandi del giornalismo e della cultura italiana.
“Mi ricordo bene quando un giorno salii al terzo piano per vedere la stanza dei computer e incrociai Indro Montanelli sulle scale. Mi guardò torvo: ‘Questo non me lo dovevi fare’. E io gli dissi: ‘Maestro, non l’ho fatto’.
Non gli piacevano per niente quegli aggeggi e temeva che anche io mi piegassi alla modernità. Figuriamoci. Ancora oggi uso una vecchia macchina da scrivere con una matita a fianco per cancellare, correggere, migliorare. Montanelli è stato il più grande giornalista italiano. E mi voleva tanto tanto bene”.
Un altro che Ettore Mo conosce e ammira è Dino Buzzati. “Una persona schiva, molto riservata. Ma con un talento enorme. Quando ci incontrammo non sapeva chi fossi. Sai, niente firma, niente nome per cui essere ricordato. E allora volle leggere qualche mio articolo per farsi un’idea”.
Poi l’incontro, quasi fortuito, con Eugenio Montale. “A quel tempo, non era ancora premio Nobel. Io avevo una grande passione, ereditata da mia madre, come lui: la musica lirica. Così, nei corridoi del Corriere, ci mettemmo a intonare insieme un’aria. Fu bellissimo”.
Con l’arrivo di Franco Di Bella alla direzione di via Solferino, Mo inizia la sua carriera di inviato speciale in Iran, proprio quando l’Ayatollah Khomeini torna a Teheran dall’esilio e prende il potere.
Da lì in avanti è un andare per molti Paesi. “Anche se quello cui sono più legato e dove voglio tornare è l’Afghanistan. Lì, c’era un caro amico, Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir.
Fu assassinato a due giorni dall’attacco alle Twin Towers. I suoi amici mi dissero poi che la sera prima di morire aveva parlato loro di Dante e Hugo. Aveva insegnato la guerra, ma anche la poesia. La sua storia come quella della sua terra sono legate alla mia”.
Una storia da vivere in prima persona. “Perché per me, come ti ho detto, non esiste un’altra realtà narrativa. Vuoi mettere un articolo fatto dalla redazione, che inizia alla stesso modo, con uno che scrivi sul campo, avendo visto direttamente ciò che descrivi? Non c’è paragone”.
E’ il raccontare di pochi altri grandi che Ettore Mo ha conosciuto. Come Tiziano Terzani. “Ti svelo un aneddoto: un giorno andai da Madre Teresa di Calcutta per intervistarla, senza dirle che ero un giornalista. Le portai una scatola di cioccolatini. Con quei suoi occhi penetranti mi guardò le mani, e capì subito perché fossi lì.
Così mi spedì a lavare i pavimenti. Quando arrivai al pianterreno, le sorelle della Missione mi dissero: ‘Eccone un altro dall’Italia’. Due settimane prima la stessa cosa era successa a Tiziano. Terzani era per me un fratello. Un giornalista meraviglioso pieno di vita e passione per il suo lavoro.
Proprio come Ryszard Kapuscinski. “Lo adoravo – mi confessa Mo -. Il suo libro Imperium è una capolavoro. Un volume che ho letto e riletto tantissime volte. Ryszard aveva una capacità descrittiva e narrativa incredibile.
Ci siamo incontrati a Omegna per la consegna di un premio. Sapeva chi fossi e abbiamo chiacchierato per ore. Una persona deliziosa. Quando morì scrissi una lunga lettera alla sua vedova. Anche lei si ricordava di me e mi raccontò dell’ammirazione che il marito aveva nei miei confronti”.
Me lo dice quasi incredulo, come un regalo inaspettato. Lo stesso che ritiene di aver ricevuto dalla collaborazione con Luigi Baldelli. “Ti ho detto che sono fortunato: sono uno dei pochi reporter che viaggia con un fotografo.
Con Luigi ci siamo conosciuti a Sarajevo nel 1995, e da allora facciamo coppia. Lui ha il grande merito di saper fotografare esattamente ciò che mi serve per la mia storia, e io sono libero di concentrarmi sulla narrazione”.
Una libertà che il Corriere della Sera gli ha sempre garantito e continua a garantirgli. “C’è un rapporto stretto di reciproco rispetto. A volte sono io a proporre i servizi, a volte loro. E poi insieme decidiamo quali fare”.
Ma il pensiero più importante di Ettore Mo è per la famiglia: “Mia moglie e i mie figli mi amano e mi sostengono sempre. E ancora oggi mi spingono ad andare per il mondo a cercare nuove storie da raccontare. A proposito: non ti posso dire dove, ma scrivi pure che sono in partenza per un nuovo reportage”.




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